sabato 27 ottobre 2012

Intervista a Maria Teresa Orsi


Siamo davvero lieti di presentarvi questa intervista inedita a Maria Teresa Orsi, curatrice e traduttrice della nuova versione del Genji Monogatari (La Storia di Genji) di Murasaki Shikibu, edito da Einaudi e per la prima volta tradotto in italiano dal giapponese antico.

Maria Teresa Orsi con un giornalista del Mainichi Shimbun

Innanzitutto volevamo chiederle come sono trascorsi gli anni e le giornate nei quali ha tradotto questo prezioso testo dal giapponese antico, che molti lettori, studiosi e appassionati del Giappone aspettavano davvero con ansia.

Sono stati anni molto intensi. Insegnavo ancora all’Università di Roma e dovevo fare i conti con le lezioni, le tesi di laurea, le riunioni di lavoro: a parte le ore serali quindi, gli altri momenti, le vere « giornate» totalmente dedicate al Genji erano i fine settimana e i giorni liberi (si fa per dire), oltre che ovviamente i periodi che trascorrevo a Tokyo: ma anche in quel caso mi era difficile resistere alla tentazione di lasciare per qualche ora il Genji «da solo» e uscire, per correre in biblioteca o in libreria, ma soprattutto per sentire un’altra volta di essere finalmente ritornata «a casa». A parte questo, l’appuntamento con i capitoli del monogatari è diventato piano piano come un incontro con una persona che dapprima conosci poco, che guardi con un po’ di diffidenza e che poi diventa un punto fisso nella tua vita, un amico di cui non potresti fare a meno.

Quali sono state le maggiori difficoltà e i momenti di gioia che ha incontrato durante questo lungo lavoro di traduzione?

Difficoltà tante: quale registro linguistico usare, come gestire il periodare lunghissimo dell’originale, come muoversi fra tanti personaggi senza nome, come affrontare le infinite citazioni che appartengono ad un patrimonio culturale familiare per i lettori dell’epoca, assai meno per noi. I momenti di gioia arrivavano quando, dopo una mattinata intera davanti ad una pagina ostinatamente bianca, con la scrivania, il tavolino, le sedie cosparsi di libri, vocabolari, testi di consultazione, finalmente una frase o una poesia intrattabili si decidevano a prendere forma. Forse non una forma perfetta come avrei voluto ma almeno accettabile.



Vorremmo chiederle cosa ne pensa delle traduzioni dall’inglese di testi giapponesi, come la precedente edizione del Genji Monogatari.

In generale, non amo molto le traduzioni di secondo livello, che partono a loro volta da una traduzione in una lingua diversa da quella di partenza. Nel caso del Genji monogatari, tuttavia, il discorso è un po’ diverso. La versione inglese, poi tradotta in italiano, era il primo tentativo da parte di un intellettuale (Arthur Waley) appartenente a un circolo di intellettuali (Bloomsbury) e appassionato di Oriente, di presentare al mondo inglese un’opera appartenente a una cultura avvertita come molto diversa e lontana. Forse era naturale che tentasse di addomesticare il testo, di togliere ciò che poteva risultare troppo “estraneo”, o che viceversa intervenisse forse più di quanto fosse necessario. La traduzione italiana credo che risenta di questo approccio, ma resta il fatto che è riuscita a fare apprezzar in Italia un’opera straordinaria e questo resta un grande merito.

C'è qualche consiglio che vorrebbe dare a chi si appresta a leggere questa nuova edizione o a chi per la prima volta si avvicina al mondo del Genji Monogatari?

Non farsi scoraggiare dalle prime difficoltà. E’ un testo difficile, e non ho voluto renderlo più accessibile. Mi sembrava, questo sì, un tradimento. E poi, cercare di leggerlo con affetto, con partecipazione (superando l’ostacolo del secondo capitolo) e di proseguire, fino al momento in cui i personaggi cominciano a prendere vita attraverso le parole, diventano «reali», e quel mondo così lontano, così diverso dal nostro che era la Corte Heian comincia a essere familiare, quasi a materializzarsi. Certo arrivare a questo punto significa anche pensare che la traduzione non è poi tanto male, e in tal caso il discorso per me diventa imbarazzante.

Cambiando argomento, uno dei nostri libri preferiti, da lei tradotto e pubblicato nel 1998, è “Il figlio della fortuna” di Yuko Tsushima.
Cos’è cambiato secondo lei nel mondo della letteratura giapponese in Italia dagli anni 90 ad oggi?

Sono cambiate sopratutto le generazioni, il modo di intendere la letteratura e in particolare il romanzo. Scrittori che hanno prodotto veri e propri boom editoriali, creando best seller a ripetizione e diventando rapidamente famosi anche oltre i confini del proprio paese, come Murakami Haruki, Yoshimoto Banana, Takahashi Gen’ichirō (tutti autori tradotti in Italia) e molti altri ancora, si nutrono di citazioni, di interscambi con altri prodotti culturali come la musica o il fumetto, mentre le loro opere passano agevolmente attraverso ricodificazioni di vario tipo, dal cinema al manga al dramma televisivo all’anime. Di fronte a questa produzione molto ampia, che tende a frammentarsi in tanti microambiti, in linea con la moltiplicazione dell’offerta, il mercato italiano sembra ondeggiare: da una parte restando legato a nomi collaudati, ancorché decisamente di nicchia, come il premio Nobel 1994, Ōe Kenzaburō, di cui è stato di recente pubblicato Rōtashi Anaberu Rī sōkedachitsu mimakaritsu («Raggelando e uccidendo la mia bella Annabelle Lee», 2007, trad. it. La vergine eterna, 2011), intellettualistico e sofisticato romanzo speculare; oppure, viceversa, puntando su scrittrici possibilmente giovani e disinibite che, se da una parte offrono un'immagine di trasgressione, dall'altra tranquillizzano il lettore che si trova comunque in contesti per lui riconoscibili. Oltretutto, la dicotomia «geisha – dark Lolita», ancorché mistificante, risponde a uno stereotipo relativo al Giappone piuttosto diffuso.

All'infuori del Genji Monogatari, qual è stata l'opera tradotta dal giapponese che più di ogni altra ha avuto per lei un ruolo significativo?

Fra quelle che ho tradotto io, sicuramente I demoni guerrieri (Shura) di Ishikawa Jun, che ha tutti gli ingredienti che mi sono cari: l’elemento fantastico, l’ambientazione storica, un certo messaggio anarchico/iconoclasta. Oppure, tantissimo, un breve racconto di Nosaka Akiyuki, La tomba delle lucciole (Hotaru no haka) , che però è stato pubblicato su una rivista, Linea d’ombra, e temo sia ormai irreperibile: ne è stato ricavato anche un anime, abbastanza bello, ma troppo lacrimoso per i miei gusti. La scrittura di Nosaka, dai periodi lunghissimi, praticamente senza punteggiatura, è straordinaria , drammatica e coinvolgente al di là dei suoi pur validissimi contenuti.

Ha già qualche altro progetto per il futuro?

Per il momento sto vivendo il post Genji ondeggiando fra una certa soddisfazione, molti dubbi e un vago senso di vuoto. Mi piacerebbe scrivere qualcosa sul Genji monogatari tradotto in manga (quello per il manga è un altro amore giovanile, mai del tutto dimenticato), e poi avrei in mente di partecipare, sia pure un po’ defilata, alle iniziative editoriali dei miei amici delle Università di Roma e di Venezia. Ma con calma. E soprattutto vorrei tornare presto a Tokyo.

Ringraziamo davvero Maria Teresa Orsi per aver gentilmente risposto alle nostre domande.


La Biblioteca dell'Estremo Oriente


Per saperne di più su La Storia di Genji, curato da Maria Teresa Orsi, clicca qui 

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