giovedì 20 settembre 2012

Intervista a Ito Ogawa e Gianluca Coci



Gentilissimi Gianluca Coci e Ito Ogawa, innanzitutto vi ringraziamo veramente per averci concesso questa doppia intervista, che siamo lieti di pubblicare sul blog La Biblioteca dell’Estremo Oriente, in concomitanza con l’uscita in libreria della raccolta di racconti “La cena degli addii” (Neri Pozza, traduz. dal giapponese di Gianluca Coci).


GIANLUCA COCI, traduttore ed esperto di letteratura giapponese moderna e contemporanea.

1) Per iniziare, vorremmo sapere come è nata la sua passione per la traduzione.
- È stato un amore a prima vista, a scuola: traduzioni dal francese e dall’inglese, versioni dal latino. Se avessi potuto, avrei fatto solo quello, insieme ai temi di italiano, è ovvio. E poi c’erano anche i testi delle canzoni dei Pink Floyd, dei Grateful Dead, dei Jefferson Airplane e di altri gruppi rock degli anni Sessanta e Settanta, li traducevo mentre ascoltavo i loro dischi. Quando traducevo – e mi succede tuttora – cadevo in una sorta di trance, non esisteva nient’altro. Mi esaltava vedere quelle parole in una lingua straniera trasformarsi, sul foglio del mio quaderno, in un testo di senso compiuto scritto nella mia lingua madre. Scoprire il significato di un testo scritto in una lingua altra e riproporlo nella propria lingua. È, in piccolo, come plasmare la materia. Il traduttore è un piccolo scultore, un piccolo pittore, un piccolo artigiano delle parole.

2) Quali sono le maggiori difficoltà che incontra nelle traduzioni dal giapponese all’italiano? 
- L’interpretazione del testo. È un po’ come tradurre dal greco o dal latino, bisogna prima di tutto cercare di comprendere il testo, attraverso quella muraglia di caratteri così diversi dai nostri. Credo valga più o meno la stessa cosa per chi traduce dal cinese, dal russo e da altre lingue molto diverse dalla nostra. Comprensione e interpretazione del testo, riscrittura (pressoché totale), tentativo (disperato) di restare il più vicino possibile al testo di partenza. Per rendere bene l’idea, mi azzardo a dire che la traduzione dal giapponese assomiglia molto di più a una versione dal greco o dal latino piuttosto che a una traduzione dall’inglese, dal francese o da un’altra lingua di origine latina.



3) Il rapporto tra traduttore e autore: come è nel suo caso? 
- Idilliaco, o quasi. Dove è possibile, cerco sempre di instaurare un rapporto diretto con l’autore, almeno via e-mail. Meglio ancora se riesco a conoscerlo di persona. Penso sia fondamentale entrare in sintonia con la persona che accetta di affidarti (quanto meno simbolicamente) la sua opera d’arte per lasciartela riplasmare in un’altra veste. Non amo la traduzione “passiva”, relegata al semplice accettare la commissione dell’editore di turno e al veicolare un testo in un altro testo: contatto spesso gli autori e gli editori giapponesi, discuto con loro, leggo molti libri, li propongo qui in Italia. È faticoso, ma è così che concepisco il lavoro del traduttore e, tra l’altro, questo mi permette di stabilire un buon rapporto con gli autori. Ho incontrato più di una volta quasi tutti gli scrittori che ho tradotto, in Giappone e/o in Italia, e posso assicurare che aiuta molto. Quando leggo e traduco Ōe Kenzaburō, Kirino Natsuo, Ogawa Ito e così via, sento la loro voce, percepisco il loro carattere, e riesco a interpretare meglio le loro storie, o almeno spero.

4) Questo è il secondo libro dell’autrice Ito Ogawa che traduce in italiano, secondo lei qual è o quali sono i fattori che hanno permesso all’autrice di vincere un prestigioso premio quale il Premio Bancarella della Cucina e quindi di conquistare l’affetto di molti lettori?
- La capacità di riuscire a proporre il classico binomio cucina-letteratura in modo “leggero” e originale. I romanzi e i racconti di questa scrittrice assomigliano parecchio alle favole, ma poi c’è sempre, qua e là, qualche elemento “disturbante”, in senso buono. Qualche elemento estremamente forte e diretto che di solito nelle favole classiche non c’è. Il grottesco, per esempio, se si pensa alla fine che fa Hermès ne “Il ristorante dell’amore ritrovato” o anche alla strana coppia protagonista del racconto “Ultima cena con maiale”. O ancora il modo molto schietto e diretto di rapportarsi con la morte e l’aldilà. Buona cucina, sentimenti profondi e narrazione fiabesca rielaborati in un mix capace di spiazzare positivamente il lettore.

ITO OGAWA, autrice del romanzo “Il ristorante dell’amore ritrovato” (Premio Bancarella della Cucina 2011) e della raccolta di racconti “La cena degli addii”, entrambi pubblicati in Italia da Neri Pozza.

1) Nel suo romanzo “Il ristorante dell’amore ritrovato”, che si potrebbe definire anche come una “favola culinaria”, fanno da sfondo l’amore per la cucina e il rispetto per la natura. Sono aspetti fondamentali anche nella sua vita quotidiana? 
- Abitando a Tokyo, non posso certo dire di vivere a stretto contatto con la natura. Però, credo che cucinare possa costituire un modo importante per ovviare a questa mancanza, una sorta di scorciatoia verso madre natura. Sforzarsi di percepire la terra in cui era immersa la carota che stai tagliuzzando, sentire la vita presente nella carne che ti appresti a mettere in forno: ecco ciò che tento di fare ogni volta che preparo qualcosa in cucina. Cerco di dare importanza alla parte spirituale, mi sforzo di entrare in empatia con la natura, pur vivendo in una metropoli.

2) Anche nel nuovo volume “La cena degli addii”, i rapporti umani che legano i vari personaggi hanno in comune la buona cucina, raccontata tramite poetiche o divertenti cene al ristorante. Ha mai avuto l’occasione di mangiare in un ristorante italiano? Se sì quali sono le differenze che ha percepito rispetto ad un ristorante giapponese? 
- Sono fortemente convinta che la cucina possa costituire una sorta di collante tra le persone. Mangiare lo stesso cibo, insieme, può ridurre la distanza tra due o più individui. Una pietanza ti sembra più buona, se la gusti assieme alla persona amata. Ma se la provi in compagnia di qualcuno con cui non vai molto d’accordo, quella stessa pietanza ti sembrerà di gran lunga meno appetitosa, se non addirittura cattiva. È incredibile, ma è così. Il gusto del cibo varia a seconda del tipo di relazione che hai con la persona che ti sta di fronte.

Venendo alla seconda parte della domanda, sono stata in Italia due volte. Ho mangiato spesso molto bene, ma credo che non dimenticherò mai quella volta in cui sono stata al ristorantino della sede nazionale di Slow Food, a Bra, e ho avuto modo di assaggiare la cucina locale. A parte la genuinità del cibo, ho percepito una spiritualità molto intensa. E poi, in quella stessa occasione, credo di essere riuscita a comprendere la tipica capacità di voi italiani di gustare il cibo fino in fondo, fin dentro l’anima. È stato bellissimo, ricordo di essermi molto emozionata.

3) Dal suo romanzo “Il ristorante dell’amore ritrovato” è stato successivamente tratto un film con attori giapponesi di successo. Che impressione ha avuto del film rispetto a quanto aveva precedentemente scritto per dar vita al romanzo? 
- In realtà, penso che il film sia un prodotto artistico quasi del tutto a sé stante. Sì, la storia è indubbiamente tratta dal mio romanzo, ma il risultato è qualcosa che appartiene al regista, agli attori e a tutti coloro che hanno lavorato al film. Da una parte c’è il mio romanzo, dall’altra il film. Sono due entità distinte e separate.

4) Infine, vuole lasciare un messaggio ai suoi lettori e lettrici italiani? 
- Sono felicissima di avere molti lettori in Italia. È una cosa che mi riempie di orgoglio e mi spinge a fare sempre meglio. Vi ringrazio tutti dal profondo del cuore e mi auguro che continuiate a leggere le mie storie.
Ringraziamo con il cuore Ito Ogawa e Gianluca Coci, consigliandovi vivamente di leggere “La cena degli addii”, tradotta dal giapponese da Gianluca Coci per Neri Pozza, disponibile dal 15 settembre 2012.

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